
© Campus ed.
29 settembre 2001 |
La vacca mora
di
Giancarlo cobite

Ogni mattina puntuale arrivava la
"Vacca Mora", ovvero il treno che
transitava per i paesi di campagna per
trasportare gli operai al lavoro. Doveva il suo
nome alla locomotiva che una volta era a vapore,
ora invece era stata sostituita da una gasolio.
Ogni carrozza era un grande scomparto con
sedili in legno disposti file
di tre da una parte e due dall'altra del
corridoio. Ogni gruppo di sedili aveva davanti a
se il corrispondete dell'altra fila in modo che i
passeggeri potevano guardarsi in faccia. Il
fumo era talmente denso che entrando da una porta
non si vedeva il lato opposto della
carrozza. Operai
seduti giocavano a carte scandendo le partita a
gran voce, con risa urla e liti, proprio come
all'osteria. Nonostante l'orario, erano le sei
del mattino, l'aria era impregnata di un
rivoltante odore di vino. Questo misto, fumo e
odore, ogni volta mi stritolava lo stomaco
facendomi mancare per qualche istante il respiro,
poi pian piano mi abituavo. Qui c'erano operai
che erano in viaggio già da un'ora e sarebbero
arrivati a destinazione tra mezzora.
"Studente" era il nomignolo che
mi avevano affibbiato in questo mondo dove i nomi
propri sembravano non esistere, e per lo più si
divertivano a prendermi in giro con grasse
battute sulla cultura, la scuola e tutto ciò che
era il mondo culturale e scientifico, ma mi
volevano un gran bene, guai se qualcuno mi
maltrattava davvero, veniva isolato per almeno un
mese.
Avevo appena incominciato un lavoro estivo nella
grande città per cui non ero mancato
mai e continuavo ad andar su è giù in
treno, con gli operai. Quel giorno trovai il mio
solito posto liberato da uno che scendeva due
stazioni prima e riservato per me da Gigi,
una gran testa dura ma di gran cuore. Non parlava
mai: urlava! Per cui tutto ciò che diceva
superava il forte rumore di sferragliamento
del treno ed il gran vocio degli altri
viaggiatori ed il suono gradevole della
spinetta di Chiodo.
Quel mattino del 1969 ero particolarmente
felice, la notizia dell'avvenuto allunaggio
dell'Apollo 11 era stata da me attesa
a lungo. L'avevo seguita alla televisione come si
segue un fatto che avrebbe fatto storia, una
pietra miliare sul cammino della civiltà e della
conoscenza umana. Per me, appassionato lettore di
fantascienza, era il primo passo per la conquista
dello spazio. Iniziava la nuova era.
Tra una carta e l'altra delle partite a briscola,
le discussioni in proposito erano state molte tra
me ed i miei amici operai. Quasi quotidiane. Ora
erano arrivati ed era l'ora della mia rivincita.
Così credevo.
- Va là credulone, ma davvero credi che siano
andati sulla luna? - Gigi era partito al massimo
volume - AHAHAH. Ma non capisci quando ti
prendono in giro? Te lo dico io cosa hanno
fatto quelli. Lo hanno detto i compagni russi
come sono andate le cose - E a chiudere la
frase un sonoro rutto.
- Ma Gigi che dici?- replico -
Le immagini le hanno fatto vedere anche
alla televisione!-
- E tu, Studente, ci credi alla
televisione? Ma dai! Come sei
ingenuo! Lo sappiamo noi cosa hanno fatto
vedere - insiste Gigi sempre con il
volume al massimo. Parlava agitando per
aria delle mani che sembravano badili, con dei
cali grossi come ravanelli. E continua.
- Un bel filmino hanno fatto vedere
per i creduloni. Volevano dimostrare che
erano arrivati più avanti dei compagni
socialisti e invece i russi li battevano
sempre: arrivati prima nello spazio,
astronavi più grandi, più uomini. Allora hanno
fabbricato un bel filmino per far credere di
essere loro i mastri della tecnica Bella
roba! - Seguiva il solito fragoroso
rutto.
Non riuscivo a crederci, ma mi rendevo conto che
ne era proprio convinto. Altri si unirono a lui,
e altri ancora a me. Nessuna fazione riusciva a
convincere l'altra. Ma in tutto questo qualcosa
era veramente cambiato: riuscivo spesso a vincere
a carte contro l'invincibile Gigi, ed ogni volta
era una gran festa per tutta la carrozza.
Passarono le vacanze e finii le scuole. Non presi
più la Vacca Mora per andare a studiare e
non rividi più nessuno degli amici di quel
treno.
Finii gli studi, trovai lavoro, mi sposai,
cambiai paese un paio di volte. Una trentina
d'anni dopo dell'allunaggio dell'Apollo 11 mi
trovavo nella sala d'attesa del nuovo
dentista ad aspettavo il mio turno. Entra
un signore anziano, molto elegante, si siede e si
guarda in giro. Io sto leggendo una rivista e
alzo gli occhi. Un attimo per mettere a fuoco e
incrocio gli occhi di quel signore che mi
fissano.
Ho un attimo di esitazione e mi chiedo che ha da
guardare e fermo anch'io lo sguardo sul suo. Quel
volto non mi è nuovo, ma non ricordo.
Poi come in un lampo vedo in quell'uomo un volto
noto.
- Gigi ! Sei Gigi vero? - Esclamo a voce alta.
Sicuramente fuori tono per l'ambiente, e un
sorriso mi si allarga fino alle orecchie.
Allora anche lui sembra ridestarsi e
allarga un sorriso sul viso dalle profonde rughe.
- Studente, come va! Ti ho riconosciuto
subito, ho ancora la memoria buona - Mente,
è ovvio che al momento neppure lui si era
ricordato subito chi ero, ma questo fa parte di
lui. Quello che invece mi sorprende è la voce.
Bassa gracchiante stonata, non è più la sua.
Si alza dalla sedie mi viene incontro Mi
alzo anch'io e ci incontriamo al centro della
sala d'aspetto e dopo una stretta di mano
formale segue un istintivo abbraccio.
Subito mi spiega che il cambio della voce è
dovuto ad un'operazione che ha subito tanto tempo
fa per via di un tumore. Dopo le cure comunque
questo non si è più fatto vedere e lui ora sta
bene. Si gode la pensione e vive con
la moglie, il figlio e la nuora che lo trattano
benissimo. Le sue mani, pur senza calli
sono egualmente gigantesche e la pelle sembra
spessa come cuoio.
All'arrivo dell'infermiera che chiama lui da una
parte e me dall'altra ci diamo appuntamento al
bar davanti allo studio.
Al bar mi sorprende un'altra volta quando ordina
un analcolico.
- Sai devo stare in dieta per
via della pressione -
E seguono una serie infinita di
" Ti ricordi?"
- Ti ricordi di Todo? -
- Ma certo come sta? -
- E' morto cinque anni fa -
- Ti ricordi di Stefi? E' morto
nell'esplosione della cisterna che stava pulendo.
- Marco, quello del petrolchimico, ha avuto
un tumore alla vescica ed è andato anche
lui.
Una lista interminabile, gran parte andati per
questi che lui chiama "malanni da
lavoro". Alcuni non me li ricordavo proprio
più.
Poi mi sovviene.
- Gigi, ma credi ancora che gli americani non
siano andati sulla luna? -
Un sorriso gli invade il viso e in lui sembra
ritornare uno sprazzo di quel leone che era.
- E non ci credo no! - risponde - Studente,
credo che fosse una grande balla! Solo
filmini per gli sciocchi! -
Non me la prendo e mi accordo con lui per
una sonora risata. Non posso far meno di
notare che la mia sovrasta ampiamente la sua , e
mi si stringe il cuore.
Scambio di indirizzi e di numeri telefonici.
Lui verrà a trovarmi spesso nella mia nuova
abitazione. Arrivava sempre di domenica, il
sella al suo vecchio motorino. Si parlava
di tutto, una compagnia molto belle, senza
problemi.
Poi un giorno una telefonata.
Lo hanno trovato morto a letto, al mattino. Non
ha sofferto.
Al funerale, in quel caldo agosto del 2001,
non potrò far a meno di pensare alle molte ora
passate assieme, alle speranze, alle illusioni,
alle discussioni interminabili
nell'affumicata Vacca Mora. Non posso dimenticare
neppure che per lui la grande Russia non si
è mai sciolta e che l'uomo non è mai andato
sulla luna. Tutta propaganda capitalistica. Un mese
dopo la notizia: "L'UOMO NON E' MAI
SBARCATO SULLA LUNA? - Trovato tra le macerie
delle due torri di New York i copioni per
la messa in scena degli allunaggi delle Apollo
sulla luna. Bush afferma che si tratta dell'opera
dei terroristi che voglio screditare gli
Stati Uniti d'America" Per la
prima volta un dubbio s'insinua nella mia mente:
e se Gigi avesse avuto ragione?
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